BOSNIA: NO FLIGHT ZONE

Volo in Bosnia 15-18 luglio 2004

Testo e foto di Celestino Girardi
 

 
 

Mi piace pensare che sia la prima volta in assoluto che un motoaliante, un Dimona, solca i cieli della Bosnia; e fino a poco fa non avrei mai immaginato di poter volare in una zona proibita, in una “No Flight Zone”. Un’ esperienza straordinaria realizzata per iniziativa di Leo Venieri, presidente dell’ Avio Club Lyra 34 di Lugo di Belricetto (Ravenna) in collaborazione con l’ AeC Lugo di Romagna e con il patrocinio della Provincia di Ravenna e della città bosniaca di Tuzla. Un “Raid di Pace” autorizzato dalla Nato, dalla SFORCE (Safety Force, le forza multinazionale di pace e di stabilizzazione sotto l’egida dell’ ONU; vi partecipa anche l’Italia) e condotto in una cornice “politico-istituzionale”. Un singolo pilota della “normale” Aviazione Generale non potrebbe mai entrare in Bosnia individualmente, rischierebbe d’esser abbattuto.

 Questo è già territorio croato. Siamo decollati alle 5.40 dall’aviosuperficie di Lugo di Belricetto, punto di raccolta di tutti i 43 velivoli dell’aviazione Generale, ultraleggeri e del motoaliante partecipanti al raid. Le operazioni doganali si sono svolte sull’aviosuperficie di San Mauro di Premariacco (Udine) dove i finanzieri sono giunti appositamente per noi!

Il sorvolo della Slovenia e della Croazia s’è svolto sotto il controllo di Lubiana e di Zagabria che hanno concesso l’autorizzazione imponendo per altro un preciso piano di volo con altrettanto precisi punti di riporto. Il volo è stato condotto “in formazione” con i velivoli suddivisi in 5 gruppi con velocità di crociera omogenea. La navigazione e la fonia erano compiti del leader dei singoli gruppi. Gli altri velivoli, i gregari, dovevano seguire mantenendo un costante contatto visivo. Il volo in formazione richiede attenzione e concentrazione, ma in compenso libera dalle incombenze della navigazione e della fonia. La foto mostra il tipo paesaggio bosniaco, ondulato, collinoso, con prati e boschi di un verde straordinariamente intenso.

 Questo è l’aeroporto di Banja Luka, primo scalo in territorio bosniaco per le operazioni di dogana e di rifornimento. Gli edifici sono nuovi, in parte ancora in costruzione e con 2500 metri di pista non ci sono problemi di atterraggio. Nessun problema nemmeno con la qualità del carburante, Avgas o benzina verde. Le mie perplessità iniziali vengono fugate dal personale della motopompa che mi mostra i documenti: è benzina automobilistica da 95 ottani, quanto gradito dagli 80 CV del motore Limbach.

 La Bosnia (quasi 4 milioni di abitanti) è composta da due entità, la Repubblica Serba (Republika Srpska – Rs, 49% del territorio) e la Federazione bosniaca (BiH). Banja Luka è la principale città della Srpska, zona di lingua ed etnia serba. Al vertice del governo della Bosnia Erzegovina si trovano ben tre presidenti: uno serbo, uno croato ed uno bosniaco che ogni otto mesi si alternano alla carica di primus inter pares. L’ Alto Rappresentante dell’ ONU (Ohr) ha il ruolo di autorità sovrapposta a tutte le autorità locali, con il compito di garantire gli accordi di pace di Dayton (1995).

 

Palese e diffusa su tutto il territorio è la presenza dei 12 mila soldati della SFOR. Sull’aeroporto di Banja Luka si nota un intenso traffico di aerei da trasporto militari: caricano i soldati a conclusione del loro turno e scendono le nuove leve.

 Questo signore è un benefattore dell’umanità! Siamo sull’aeroporto di Banja Luka ed il rifornimento di carburante per i 43 velivoli procede un po’ a rilento, per i miei gusti. È mezzogiorno e sul piazzale in cemento il sole spacca le pietre ma non è possibile allontanarsi troppo dal velivolo. Tutti sognano un po’ d’ombra e qualcosa da bere. All’improvviso appare questo signore serbo: traina un carrellino e distribuisce a tutti i piloti panini, coca cola, aranciata, the fresco! Bevande fresche e “agratis”, un “omaggio della ditta” offerto dalla società di gestione aeroportuale. Quasi non credo ai miei occhi e con un sorriso da 180 gradi ringrazio per la fresca e graditissima bevanda! L’anonimo signore (non ha mai aperto bocca e di inglese e/o tedesco e/o italiano non capisce nemmeno una virgola) intuisce la situazione e, dopo aver servito altri piloti, torna da me offrendomi un apprezzatissimo secondo e poi anche un terzo “giro” di the fresco. Verbalmente non potevamo comunicare ma con la mimica e lo sguardo ci siamo capiti. Ed io ho scoperto che … anche i serbi sono esser umani ed hanno un anima …!!!

 Condizioni meteo buone hanno agevolato non poco la navigazione a vista. Un altro aiuto consistente aiuto ci viene fornito dal grande lago ad una dozzina di chilometri a nord-ovest della città di Tuzla. Con un punto di riporto così evidente non è possibile sbagliare e l’avvicinamento all’aeroporto militare di Tuzla è preciso. Ma va aggiunto che il territorio collinoso della zona nord della Bosnia (v. foto 2) è povero di punti di riporto significativi. Comunque la copertura del GPS è buona e le voci di disturbi introdotti dai militari si dimostrano prive di fondamento.

 Finalmente siamo giunti a Tuzla, ultima tappa del viaggio. Sua grande piazzale sono già arrivati la metà dei velivoli partecipanti al raid. Il Dimona è parcheggiato in basso a sinistra, con i diruttori estratti. Sull’aeroporto di Tuzla sono stazionati decine di enormi e moderni elicotteri militari; non sono stati fotografati perché preavvisati che in Bosnia è ASSOLUTAMERNTE PROIBITO FOTOGRAFARE. E la presenza di militari è massiccia, ragion per cui prudenza ha consigliato moderazione nell’uso della macchina fotografica. Meglio non scherzare!

 L’accoglienza a Tuzla è stata strarodinaria e cordialissima. Sul piazzale, appena spento il motore due militari si avvicinano per sistemare i blocchi alle ruote del carrello. E nel’ area “civile” dell’aerostazione ci viene offerto un rinfresco mentre un gruppo musicale ci saluta con suoni e ritmi russo-magiari, seguiti dalla esibizione di un gruppo folcloristico locale. Mi sembra dissonante e quasi contraddittorio che dietro queste apparenze di cordialità si celino tensioni etniche roventi. Ma Tuzla fa eccezione: è l’unica città della Bosnia-Erzegovina dove i partiti nazionalisti non hanno mai vinto le elezioni.

 Nel corso della cerimonia di benvenuto il presidente della Provincia di Ravenna consegna al sindaco di Tuzla, Jasmine Imamovic (secondo da sinistra) la bandiera della pace sulla quale sono state apposte le marche dei velivoli partecipati al raid. Imamovic ci è parso un leader carismatico, stimato dalla popolazione. Tutto lascia supporre che alle elezioni del prossimo autunno verrà rieletto e che pertanto Tuzla rimarrà ancora (nonostante la crescita delle forze nazionaliste) un’ isola di disponibilità, di apertura, di tolleranza e di riconciliazione tra le etnie.

 Questo è un lago artificiale – Lago Pannonico, 11.000 m³- voluto pochi anni fa dal sindaco Imamovic nel pieno centro della città. Per gli abitanti di Tuzla è diventato in breve uno dei principali centri di incontro e di svago. L’acqua è salata e viene attinta da una ricca falda sotterranea. Il sottosuolo di Tuzla è ricco di carbone e di sale minerale ma ora si palesano le conseguenze della sconsiderata attività estrattiva del passato: il terreno sta lentamente cedendo ed il fenomeno di subsidenza ha già creato vistose ondulazioni in alcune strade ed un paio di edifici sono letteralmente crollati. 

 Dalle colline della periferia di Tuzla partivano i colpi di mortaio lanciati sulla città durante la guerra civile (1992-1995). Furono migliaia le abitazioni distrutte mentre altre migliaia di famiglie fuggirono andando ad alimentare la massa dei profughi. Le abitazioni abbandonate vennero assegnate ufficialmente dall’amministrazione comunale ai senzatetto. Ma ora i fuggitivi stanno rientrando (la città negli ultimi 10 anni è cresciuta di ben 30 mila unità!) e gli ex profughi trovano le loro vecchie abitazioni assegnate ad altre famiglie e ne rivendicano la proprietà. Anche questo è causa di forti tensioni che si sovrappongono alle incrostazioni e rancori etnici.

 La parete di questa casa testimonia i combattimenti e le sparatorie durante la guerra civile. Ora non si spara più ma le tensioni covano profonde e latenti, tenute sotto controllo dalla massiccia presenti della SFOR. La situazione economica è pesante: Tuzla è il centro dell’industria chimica ed energetica dello stato ma la guerra civile e le difficoltà di transizione dall’economia pianificata a quella di mercato hanno messo in crisi il vecchio sistema centrato sulla grande impresa statale. Le privatizzazioni ed il passaggio a cooperative di lavoratori zoppicano perché mancano i mezzi economici per ristrutturare e rilanciare la produzione. Secondo alcune stime la disoccupazione tocca il 40% ma va aggiunto che è diffusa anche l’economia “grigia”. La strategia attuale è di favorire le piccole e piccolissime imprese nel settore del legno, dell’agroalimentare, dell’edilizia, dei tessuti e del commercio.

 Questa è la hall dell’ Hotel Tuzla dove abbiamo pernottato. La costruzione, relativamente recente, tradisce l’ambizione di adeguare le linee architettoniche allo standard internazionale occidentale. Le principali carte di credito vengono accettate senza difficoltà. Ricordiamo rapidamente che l’università di Tuzla è stata costruita nel 1976, ha circa 7.000 studenti e oltre 500 docenti e collaboratori scientifici.

 In questa piazza s’è consumata una delle più inquietanti tragedie figlie della stupidità umana. Quel 25 maggio del 1995 la piazza era gremita di ragazzi e ragazze riuniti per festeggiare la giornata della gioventù. Improvvisamente una bomba scoppiò tra la folla. Le vittime furono 71, tutte ragazzi e ragazze giovanissimi. L’ordigno fu lanciato da una mano “serbo-fascista”. Ora una grande lapide sulla parete della casa fotografata ricorda la strage e noi, piloti del “raid di pace”, vi sostiamo davanti, costernati e silenziosi. Non mi risulta che i colpevoli siano mai stati arrestati e processati. Nemmeno gli ispiratori.

 I corpi straziati delle 71 giovani vittime riposano in questo lindo cimitero immerso nel verde e nel silenzio nelle immediate vicinanze del lago Pannonico, immerso nel verde e nel silenzio. Oltre alle lapidi rimangono gli interrogativi: chi ha armato le fanatiche falangi dei nazionalisti? Chi ha fornito mitragliatori, bombe, razzi portatili ed affini? Chi li ha finanziati? Ed è un segreto di Pulcinella che le armi per gli uni (bosniaci) venivano dai (nostri) più evoluti paesi europei; per gli altri giungevano dalle nazioni dell’est e dall’area araba.

 In Bosnia Erzegovina dunque più che una pace regna una tregua imposta dalle forze armate internazionali (SFOR). La presenza dei militari è (purtroppo) ancora fondamentale, essenziale per il mantenimento dell’equilibrio. Evidentemente anche questi giovani soldati (vedi foto … assolutamente proibita…) sentono di essere nel fulcro delle tensioni se decidono di passeggiare in gruppo in libera uscita in gruppo, armati fino ai denti, con pistola al fianco e mitra in spalla!

 Domenica 18 luglio 2005 decollo da Tuzla per rientrare in patria. Sorvolando la città (e solo ai comandi, come all’andata) scatto l’ultima furtiva foto clandestina! Mi tornano in mente le parole dei due soci dell’ Aero Club di Tuzla, con i quali ho avuto occasione di conversare e di invitarli in Alto Adige: “per noi è ancora troppo difficile uscire dai nostri confini; ma forse fra 7 – 8 anni, quando anche noi saremo in Europa …” Cara e tormentata Bosnia, auguri di cuore!

 

 

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